Il che mi porta, poco a poco, a dar corpo ad un primo interrogativo: esiste davvero, la Crisi ? Oppure, si tratta dell'ingegnoso marchingegno mediatico utile a fomentare il Culto dell'Emergenza - principio ben oliato ed atto a sdoganare qualsiasi imbecillita' su larga scala, purche' ben confezionata ?
Ben lungi dal volermi ammantare d'un incauto scetticismo, un po' come il manzoniano Don Ferrante e la sua «congiunzione tra Saturno e Giove», vado a cercare riscontri nella cronaca ormai trascorsa, fatta di vecchi giornali, di settimanali sbiaditi e di frammenti di comicita' televisiva - che rappresentano, in verita', l'unica e piu' diretta finestra sulla contemporaneita'.
Eravamo nel 1997 - vale a dire, ben piu' d'un lustro fa - che gia' Corrado Guzzanti inaugurava il tormentone che ci avrebbe accompagnati negli anni a seguire. «C'e' grossa crisi» ripeteva l'improbabile e sgrammaticato Profeta di Quelo. «La gente non sa piu' quando sta andando. Quando sta facendo». A distanza di undici anni, le cose non sono poi cambiate nella sostanza, ne' le apparenze - usualmente definite come ingannevoli - si sono date la pur minima pena di addolcire il quadro d'insieme.
Ed ecco che, la replica alla mia domanda giunge immediata, ma - come spesso avviene quando si e' cosi' malaccorti da porre quesiti di cui non si conosca gia' la risposta - altrettanto inattesa.
Noi stiamo vivendo effettivamente una crisi. Non da ieri. Da sempre.
Non a partire dal recente crollo della Lemahn Brothers - che pure ha innescato tutta una serie di eventi gia' maturi da tempo - ne' sulla scia dell'infausta politica economica del precedente esecutivo - che, bonta' sua, si e' limitato a far danno solamente in patria. Basta spingersi sino a spolverare i ricordi di dieci o vent'anni fa, per scoprire l'insolita piega presa dal corso degli eventi, con una nazione votata all'eterna contingenza del «qui ed ora» a petto di una sistematica ristrettezza di orizzonti previsionali spesso motivata dal timore che i propri progetti non sopravvivessero all'ennesimo governo balneare.
Il verdetto desumibile da questo cammino a ritroso nella memoria ? Precariato a vita.
Un profilo esistenziale - se cosi' lo vogliamo definire - introdotto a partire dagli anni '90, poco a poco, per tamponare il vuoto lasciato dall'indecoroso crollo della Prima Repubblica e del mito di una crescita economica la cui ricetta miscelava rampantismo, alta finanza e qualche abile ritocco ai libri contabili.
Precariato spacciato per «flessibilita'», ossia un problema camuffato da soluzione e reso appetibile con la progressiva alterazione di modelli culturali e di costume che ne promuovessero la felice diffusione. Si smantella la scuola e si fraziona, si parcellizza l'identita' della famiglia; si bolla come vetusta l'istituzione del matrimonio e si depreca il borghesissimo piccolo risparmiatore ponendolo davanti alla dorata tentazione di epiche imprese nel mercato azionario.
Un precariato psicologico esteso a tutte le condizioni dell'umano vivere in una sorta di rovinoso domino; un lavoro saltuario che si affianca ad un'esistenza altrettanto traballante, fondata su basi d'argilla bagnata e con le ristrette prospettive sopravvissute ad anni d'interessato marketing del pessimismo volto a tramutarci in una squisita schiera di frustrati. E i frustrati, si sa, sono ottimi acquirenti.
Non ci si sposa perche' «non serve e poi costa». Non si fanno figli «perche' sono una responsabilita'». Non si risparmia perche' «la vita e' adesso». Non ci si impegna perche' «e' tutta una mafia, riescono solo i raccomandati». Non si studia perche' «le lauree si vanno proletarizzando».
Si va avanti concedendosi il miserando lusso della lamentela e sperando nel miracolo, nel colpo di Fortuna - magari ottenuto in economia, al costo d'un gratta-e-vinci; si procede cosi', vivendo di frodo, alternando lunghi periodi di grigiore a sporadiche botte di vita pagate coi soldi dell'ultimo prestito-lampo ottenuto dall'ennesima societa' di credito vista in televisione. Soldi pronti in cinque giorni e niente domande ! Solo interessi da cavarti la pelle.
Un'esistenza trascorsa con l'intima convinzione che debba pur esistere una maniera - segreta e nota soltanto a pochi, tramandata come un'oscura formula cabalistica - grazie alla quale poter evitare di lavorare, traendo guadagno letteralmente dal nulla - o come il povero Pinocchio, da una pianta di zecchini d'oro seminata a suo tempo nel Campo dei Miracoli.
Il problema e' proprio questo, in definitiva: quando le persone finiscono con l'assomigliare alle marionette, sviluppano anche la costante necessita' d'esser sorrette, guidate, indirizzate. E se i fili vengono a mancare ? Crolla tutto, rovinando lo spettacolo.
Al che, giunti a questa amara constatazione, si potrebbe alimentare la tentazione di crogiolarsi almeno un po' nel sopracitato Mal Comune e maledire i tempi come gia' Cicerone fece prima di noi - a patto di poter trovare, alla bisogna, anche un novello Catilina a cui addossare parte della responsabilita'.
Nondimeno, resta il fatto che io sono un ingegnere - ossia, una persona che risolve i problemi, anziche' limitarsi a constatarne la concretezza per poi sedervicisi sopra - e preferisco trarre spunto dall'etimologia per arrivare a delineare le mie convinzioni in fatto di uomini e di burattini, ricercando una soluzione a questo «dramma di Pinocchio» che si svolge sotto i nostri occhi.
Per quanto possa apparire strano, la parola «crisi» deriva dal greco «krisis» e significa «scelta, giudizio, discernimento». Si tratta, dunque, del momento in cui l'individuo viene portato a scegliere, ossia a fare uso del proprio buonsenso e, per quanto possibile, imboccare una strada - fra le tante a sua disposizione - che lo conduca a realizzare con successo i suoi desideri, le sue aspettative.
Che cio' avvenga in un contesto difficile, complesso fa parte delle regole del gioco, se vogliamo, poiche' una decisione propriamente detta viene sempre presa in condizioni di rischio, discernendo fra utile ed inutile, fra Necessita' e semplice capriccio, tra bisogno e velleita'. E' questo che distingue l'adulto dal bambino - il quale, per contro, dev'essere guidato nell'evoluzione dalla logica del «tutto e subito» ad una prospettiva in cui porsi in grado di stabilire delle priorita'; in caso contrario, si finisce col concretizzare un temuto assurdo: il passaggio dall'infanzia alla senescenza, senza mai sfiorare la maturita'.
E non e' una societa' sostanzialmente immatura quella cresciuta nel mito dell'eterna fanciullezza scevra da ogni forma d'impegno o di vincolo stabile, all'incessante inseguimento di gratificazioni emotive piu' che di progetti concreti su cui fondare il proprio sviluppo ? Una societa' che si lagna e protesta, ma non decide; che non sa porre nel giusto ordine i propri bisogni, ne' possiede consapevolezza di cosa voglia diventare «da grande».
Affacciandosi per un attimo sul confine del Paese dei Balocchi, Pinocchio deve pensare a cosa fare della propria vita. Deve affrontare la crisi e superarla - tramutandosi in bambino di carne e sangue - o vedere se non sia meglio lasciare le cose come stanno, senza pero' lamentarsi troppo quando arrivera' il momento di pagare il conto. Dopotutto, anche i ciuchini non se la caverebbero poi male, se non fosse per quella faccenda delle pelli da tamburo.
A casa mia si e' soliti sostenere - piu' o meno scherzando - che «i vizi sono un problema soltanto se non te li puoi permettere»; una bottiglia di whisky invecchiato trent'anni, un pacchetto di sigarette al giorno, palestra settimanale, vacanze ai tropici d'inverno e in montagna quando c'e' neve, sei sere al ristorante al mese, tre automobili in famiglia e la televisione via cavo non appartengono - come si viene indotti a credere - al novero dei diritti inviolabili dell'uomo, bensi' rientrano nell'aureo insieme dei lussi e vanno riconosciuti come tali, anche per goderne piu' di quanto non si faccia usualmente.
Questo perche', in definitiva, le esigenze dell'essere umano - quelle vere, tangibili, suggerite dalla pancia e non dal tubo catodico - sono sempre le stesse e, in virtu' d'un progresso tanto biasimato quanto efficace, possono essere soddisfatte oggi con uno sforzo che non e' neppure lontanamente paragonabile a quello di anche solo mezzo secolo fa. Il resto, e' merchandising di basso profilo.
E' da queste basi, quindi, che bisogna partire nel momento in cui ciascuno di noi decidera' di affrontare la propria personalissima crisi, scoprendo alcune semplici, lapalissiane verita' di fondo. Come, ad esempio, il fatto che i soldi non nascono dai soldi - o te li presta la famiglia o, pensa il caso, devi risolverti a guadagnarli - oppure, che ogni bene o servizio ha il suo giusto prezzo, percio' non si puo' sperare di ottenerli in cambio d'un sorriso e di una stretta di mano.
Un lungo, appassionante esercizio di memoria storica che consenta di riscoprire quel che, un tempo, apparteneva alla sfera del puro Sapere Comune, recuperandone la placida razionalita' che ci liberi dalla tentazione di giocarci la vita alle tre carte - pur senza scivolare, per questo, in una rigida ed inutile austerita'.
Cosi', dunque, si potra' ritrovare la propria identita' solidamente radicata in virtu' di tutta una serie di scelte i cui frutti ci accompagneranno nel corso dei prossimi anni, ponendo non soltanto termine all'era della vacua precarieta', ma mettendo anche al bando la schiera di profittatori e venditori di dubbi che prosperano all'ombra dell'indecisione altrui.
Cosi' avra' termine - con l'atteso lieto fine - questo bizzarro «dramma di Pinocchio».