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Ok, è andata. Ce lo sentivamo e alla fine abbiamo vinto davvero. Ci siamo goduti la nostra serata di delirio e godimento collettivo. Se fossimo in Brasile staremmo ancora festeggiando, oggi e per i prossimi quattro anni. A noi è rimasto un tormentone e qualche sentenza di calcio-poli addolcita dalla volontà di non guastare troppo una festa che verrà consumata pigramente nella canicola estiva.
Ma è davvero tutto qui ?
Non fraintendetemi, questo non è il solito commento sul trionfo nazional-popolare, né tanto meno un'analisi sociologica ed economica sul perché la crescita della nazione sarà rilanciata dalla vittoria ai mondiali. Le mie saranno considerazioni, molto personali vorrei precisare, sul significato che questa può avere per alcuni.
Faccio parte della generazione che ha vinto questo mondiale, l'età media degli azzurri si aggirava, infatti, sui ventinove anni.
Una generazione sospesa tra due epoche. Ci siamo persi gli anni '80 giocando con i Lego e il Commodore 64; troppo giovani per goderci gli anni rampanti della Milano da bere, per i concerti di Vasco e di Madonna alla sua prima maniera (platinata e ben tornita, in contrasto con quella attuale, grissiniforme), troppo piccoli per i ricordare la vittoria precedente e l'urlo di Tardelli.
Se la nostra vita fosse scandita dal calcio (cosa nemmeno troppo lontana dalla verità per molti italiani) potremmo dire che questa generazione ha cominciato con la grande Delusione, quella con la "D" maiuscola, quella cocente, crudele e casalinga dei mondiali del '90; l'anno in cui il mondo accelerava di colpo, segnando la fine di un'era. Chiuso il capito della guerra fredda, abbattuto
il muro di Berlino; a colpi di birra, scudo stellare, hamburger e capelli cotonati (quelli, per fortuna, passati di moda).
Nello stesso tempo l'Italia, come e forse più del resto dell'Europa, iniziava il suo lento, torpido e noioso rallentare. Senza strappi violenti, ma dai quali almeno iniziano le rivoluzioni, è iniziata una blanda crisi, culturale, economica e quant'altro. Il preludio della globalizzazione.
Ci siamo cresciuti, dentro questa crisi, poco consapevoli a dire il vero, protetti dal guscio famigliare creato dai nostri genitori i quali, lavorando intensamente per sfruttare un periodo di ben diverso dinamismo, ci hanno il donato il benessere che conosciamo (e credetemi lo dico senza retorica alcuna, consideratela solo una constatazione dei fatti) ma siamo anche cresciuti nell'ombra del loro successo.
Orfani delle ansie di guerra termonucleare globale, di Chernobyl e degli anni di piombo; ci sono rimasti, gli allarmi siccità, subito smentiti da qualche alluvione, e lo spettro di una recessione che andava e veniva con poca convinzione. Belle preoccupazioni, ma di certo prive del giusto carisma apocalittico.
Alla fine anche gli anni '90 ci hanno abbandonato, senza il loro abbraccio protettivo da ci siamo ritrovati un 11 Settembre e un mondo con poche opportunità e nuovi timori.
Più di tutto, il timore di non farcela, di non essere all'altezza, di perdere lo stile di vita che ci è stato fino ad oggi garantito, di non riuscire, in definitiva a ottenere gli stessi risultati che hanno ottenuto i nostri padri. Problema forse effimero e perfino un pò arrogante, ma che non può fare a meno di tormentare chi abbia un minimo di ambizione di migliorarsi sempre, in tutti i modi possibili.
Ecco adesso il blocco è scomparso, il sapore inebriante della vittoria di una generazione cresciuta in un epoca fumosa e di passaggio.
La paura c'é ancora, ma ora è messa in ombra dall'idea che, con fame, volontà e un pizzico di fortuna, possiamo farcela.
Per alcuni di noi è andata così. Per tutti gli altri, forse, è solo una partita di calcio.
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