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Eat me, Drink me: il ritorno di Marilyn Manson
Impressioni a caldo sull'ultimo album di Manson, ispirate dal suo recente concerto fiorentino.
Di Fabia Scali Warner (pubblicato il 02/06/2007)
Questo pezzo è stato letto 210 volte
Parlare di un'arte, la musica, metaforica per natura non è mai facile; parlare del rock, quando alla musica si sovrappone il mito della rockstar è ancor più difficile; quando poi la rockstar in questione è Marilyn Manson, un personaggio provocatorio noto al pubblico più per la sua fama di maudit che non per la sua musica il problema di scrivere un'analisi del suo lavoro che sia al tempo stesso pertinente ed interessante sembra quasi insormontabile.

Volendo privilegiare la pertinenza, concentrandosi sulla musica ed ignorando il contorno del personaggio e delle sue scenografie, si rischia di cadere nel tecnicismo se non proprio nella cecità, tacendo fenomeni di costume sotto gli occhi di tutti; al tempo stesso si suppone che l'interesse si concentri sull'arte, e concentrarsi sull'artista sembra un travisamento della sua opera primaria, che non è tanto la sua presenza scenica quanto la musica.

Con queste premesse, un approccio sincretista al problema sembra l'unico possibile; del resto se l'artista stesso ha costruito intorno alla propria persona un vero e proprio personaggio volutamente gettando benzina sul fuoco della discussione (prendendo i nomi di due miti americani, Marilyn per la bellezza di Marilyn Monroe, Manson dall'efferato serial killer Charles Manson) appare lecito inserire l'estetica del personaggio e della sua musica in un progetto estetizzante più ampio. Seguendo il fascino della poetica decadente lo stesso Manson sembra suggerire un'interpretazione olistica del suo operato, sulla scia del mito della vita come opera d'arte.

Eat me, Drink me del resto (per ammissione dello stesso Marilyn Manson) è un album in cui l'artista esprime catarticamente il suo dolore per il recente divorzio e la sua rinascita grazie all'amore ritrovato con una nuova, giovane compagna; di per sé l'argomento sarebbe banale, se non fosse legato alla storia di un personaggio che nei suoi precedenti lavori si è contraddistinto come acre e scandaloso fustigatore della società e delle sue forze, al punto da venire additato come l'Anticristo dalle frange più conservatrici dell'opinione pubblica.

Nei titoli Eat me, Drink me ed Antichrist Superstar sono legati dal fil rouge della blasfemia, ma a distanza di dieci anni i tempi sono cambiati; la furia dell'iconoclastia cede il passo ad una riflessione intimista, ed Eat me, Drink me è visivamente più vicino alla Santa Teresa d'Avila del Bernini che non alla feroce imi­tazione del Papa sfoderata da Marilyn Manson durante il suo tour di Mechanical Animals nel 1998.

Pochi giorni fa, nella sua data fiorentina, Manson è entrato in scena rivolgendo al pubblico un arzigogolato inchino e lanciando baci "to all the ladies out there" e chiudendo con altrettanta grazia formale, davanti ad una platea al contempo stupita del cambiamento e rapita dalla sua incontestabile presenza scenica. Una delusione, forse, per chi si aspettava la rabbia e le provocazioni di un tempo; tuttavia il livello delle canzoni del nuovo album è tale da consentire all'artista di strizzare l'occhio al fenomeno del costume e della musica emo.

Heart Shaped Glasses, il primo singolo del nuovo lavoro, è una canzone d'amore a pieno titolo; la potenza emotiva della voce graffiante di Manson sorregge e anima l'elegante e discreta batteria che struttu­ralmente porta avanti la canzone, coniugandosi magistralmente alla chitarra ed alla tastiera che riescono a conferire all'insieme un'atmosfera quasi sognante.

Si tratta forse della traccia più significativa dell'album; Eat me, Drink me tratta gli antichi temi dell'amore e della morte ed ha il pregio di farlo anche con sobrietà, ma la grandezza Heart Shaped Glasses si con­densa nella sostanziale vittoria di Eros su Thanatos.
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