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«Trattato sulla
tolleranza»
Dove sono finite le donne ?
Una riflessione d'ampio respiro che prende le mosse dalla recente moratoria sull'aborto e si focalizza sul moderno ruolo della donna.
Di Elena Quondamcarlo (pubblicato il 16/01/2008)
Questo pezzo è stato letto 169 volte
C'é una parola che in queste ultime settimane riecheggia nel dibattito sociale con rinnovato vigore: la parola «aborto». Queste brevi riflessioni non vogliono entrare nei particolari della controversia (anche perché agli occhi della scrivente non c'é niente di cui discutere: la legge sull'aborto è una conquista so­ciale e non è ipotizzabile un ritorno al passato); esse vogliono, piuttosto, allargare il punto di vista verso una riflessione più ampia.

È quasi impossibile nominare espressioni come «interruzione volontaria della gravidanza» o «legge 194» senza tornare col pensiero, anche solo per un attimo, alle lotte femministe degli anni '70, decennio d'oro del femminismo italiano. È inevitabile, quindi, nella contingenza di una polemica etica e politica, non interrogarsi su una questione molto più strutturale: ma dov'é finito il movimento femminista, con la sua organizzazione e la sua capacità di influenzare e indirizzare il dibattito culturale verso obiettivi precisi ?

Se ci guardiamo indietro possiamo constatare con orgoglio di aver percorso una strada lunghissima, di aver combattuto battaglie durissime e di aver raggiunto obiettivi di importanza storica. Ma questo non vuol dire essere arrivate alla fine della strada. Le nuove generazioni non stanno forse prendendo come alibi l'idea che le loro madri, nonne e bisnonne hanno già combattuto battaglie fondamentali per non dover scendere ancora in campo ?

Davanti alle immagini di donne velate, provenienti dal lontano Oriente, non ci ripetiamo, forse inconscia­mente, che noi abbiamo già lottato per i nostri diritti e che adesso tocca a loro ?

È normale che a noi giovani ragazze del XXIº secolo ci sembri lontanissimo quel 1792 in cui Mary Wol­lstonecraft, pubblicando "A Vindication of the Rights of Woman", denunciava che l'oppressione delle donne delle classi medie era in larga parte dovuta all'educazione loro impartita, volta solo a coltivare la presunta fragilità, sensibilità e docilità del così detto «sesso debole».

Un'educazione emotiva che inibiva nelle donne lo sviluppo del pensiero razionale e le rendeva schiave delle loro emozioni. Ma anche il relativamente più vicino 1869 appare ai nostri occhi lontanissimo, quando John Stuart Mill, in ''On the Subjection of Women'', affermava il paradosso di una società fiera del suo progresso morale che, contemporaneamente, tollerava l'ineguaglianza dei diritti fra uomini e donne. Ine­guaglianza che altro non era se non una forma mitigata di legge del più forte, il cui prodotto più infa­mante è stato la schiavitù.

Tutte le battaglie intraprese, da quella per il diritto alla proprietà delle donne sposate (perché non di­mentichiamoci che nell'ottocento anche i vestiti che la moglie indossava erano proprietà del marito), a quella per il diritto di voto, per la parità dei salari, per il divorzio o per l'aborto non avevano che un unico scopo: sancire l'uguaglianza fra gli individui e affermare la dignità e il libero arbitrio come valori inalie­nabili.

Mi sento con orgoglio di poter affermare che oggi, in Occidente, questi valori sono entrati nell'educazione e nelle coscienze a livello profondo. Nella sfera privata le donne, seppur con dovute e amare eccezioni, si sono riappropriate della loro vita e questo concretamente significa: indipendenza economica e libertà di scelta in ogni ambito, dagli studi a come gestire il proprio corpo e la propria sessualità.

Il vero problema risiede in alcune questioni sociali ancora insolute, rimaste nella sostanza le stesse dai tempi del femminismo vittoriano. Mi riferisco in particolare alle discriminazioni sessuali, se non di diritto di sicuro di fatto, che ancora permangono nel mondo del lavoro (mi viene in mente in particolare il caso delle lavoratrici madri o dei mestieri ancora connotati sessualmente).

Oppure la persistente e scandalosa scarsa presenza delle donne nella politica e nei posti di potere. Da educatrice, però, il più grave problema sociale ancora irrisolto credo che sia la mancata conciliazione fra il diritto al lavoro e il diritto ad essere madri (e soprattutto madri presenti e determinanti nell'educazione dei propri figli).

I governanti di ogni credo politico non fanno che confermare l'assioma «sostegno alle famiglie = più asili nido», senza veramente riflettere su quanto, invece, sia determinante per un bambino la relazione con i genitori nei primi anni di vita. Sarebbe molto più efficace, invece, poter garantire alle madri (ed anche ai padri, perché no ?) più flessibilità oraria, permessi familiari o lavoro part-time che permettano loro di stare più vicino ai figli, soprattutto negli anni dell'infanzia.

Quelli che ho elencato sono solo alcuni dei problemi insoluti che coinvolgono le donne. Per essere affrontati necessitano di una coscienza collettiva, di un'organizzazione più strutturata ed influente sul piano del dibattito sociale. E non è solo per affrontare tali questioni che si sente la necessità di una rinascita del movimento femminista.

C'é anche bisogno, come in questi giorni, di voci forti e compatte che si oppongano a qualunque crociata estemporanea che metta a rischio i diritti inalienabili conquistati, con la minaccia di gravi regressioni so­ciali.
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