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Risale oramai all'ottobre scorso una delle più celebri trovate dell'uscente Ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa: dinnanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato riunite in fervida attesa, eccolo teorizzare un generoso contributo di circa 1'000 euro l'anno per quei giovani – ragazzi e ragazze – che prenderanno un'abitazione in affitto, abbandonando infine il nido familiare. «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa» conclude orgoglioso della propria invenzione, già sicuro di ritagliarsi un posticino nella storia delle frasi infelici, se non in quella della nostra amata Repubblica.
A distanza di oltre sei mesi, solo chi ha buona memoria rammenterà l'episodio, ma io – trentenne non ammogliato, con due gatti a carico – non posso impedirmi di rimuginare sulla cosa, mentre anche il mio Dilettissimo teorizza la costruzione di «case buco» per dare una mano agli stessi giovani già svillaneggiati a più riprese dal governo Prodi.
Ora, è pur vero che, all'alba delle trentadue estati, non sono poi così sicuro di potermi ancora fregiare del titolo di «giovinetto» – benché l'Ordine degli Ingegneri continui a mantenere una misericordiosa soglia di riferimento fissata ai 35 anni – e confesso di preferirmi come «uomo» – ancorché gli antichi ponessero, a loro volta, l'esordio dell'età propriamente virile allo scoccare dei quarant'anni, tondi tondi.
Sia come sia, non posso sicuramente ignorare la provocazione lanciata. Un bamboccione ? Io ? Giammai ! Conscio dell'intima e paterna saggezza delle parole tuonate dal nostro Buon Tommaso, paleserei pura arroganza nel mordere la generosa mano che mi elargisce un cospicuo aiuto – quasi 2 euro e 70 centesimi al giorno, ma non saprei dirvi se netti o lordi – rifiutandomi così di fare la mia parte per sostenere il Sogno Italiano.
Ergo, eccomi pronto a farmi carico delle mie responsabilità. Non voglio essere un «bamboccione». Voglio essere un «single». Come quelli dei serial televisivi americani, per intendersi.
Il termine «single» approda in Italia verso gli inizi degli anni '80, in un contesto di sistematica – e, a tratti, comica – contaminazione anglofona della lingua di Dante, nonché diretta conseguenza di un'acritica, quanto vorace assimilazione di idee più o meno brillanti, più o meno nuove, sorte all'ombra della bandiera stelle-e-strisce.
È il periodo aureo degli yuppies e del brunch, del breakfast e degli snack. S'inizia a ventilare l'introduzione dell'inglese nei programmi scolastici, mettendo da parte quel lieve disagio che s'avverte alla luce dell'intima, quanto scomoda consapevolezza che, a ben vedere, neppure la padronanza dell'italiano è un fatto scontato, ma bisogna comunque tenersi al passo coi tempi.
Incidentalmente, è anche un'epoca di metodica rivisitazione ed ammorbidimento di alcuni termini un pò spinosi ereditati dai nostri nonni e che sono divenuti difficili da gestire; secondo il criterio per cui, non potendo risolvere il problema, almeno se ne possono sfumare i contorni, ecco che – novello miracolo culturale – i «ciechi» divengono «non vedenti», gli «zoppi» si tramutano in «portatori di handicap» e così via discorrendo, creando il fertile humus in cui germoglierà il cosiddetto «politically correct» e che ispirerà non poche, spassose battute dei personaggi di Monicelli, in "Amici Miei".
In base al medesimo rigoroso criterio, anche l'anagrafico «celibe» ed il grossolano «scapolo» finiscono con l'apparire un pò troppo aspri; o, forse, s'inizia a ponderare la differenza che li separa dalle rispettive controparti femminili – l'algido «nubile» ed il più schietto «zitella». Molto meglio, dunque, convertirsi ad un equilibrato, moderno e giudiziosamente asessuato «single».
Perché, nell'iconografia comune, uno «scapolo» è sostanzialmente rozzo, crasso ed un pò disordinato, un gretto individuo votato alle gozzoviglie, un losco figuro pronto a mangiarsi i soldi in vino e donnacce; uno che dorme fino a tardi, che pranza in vestaglia e che, magari, convive ancora coi genitori all'età di quarant'anni. Lo scapolo è il vetusto retaggio del secolo trascorso e, come tale, va sepolto senza troppe cerimonie, insieme agli orologi da tasca e alle tabacchiere di peltro.
Il «single», per contro, è il simbolo della novità: produttivo e brillante, pranza con uno yogurth al volo e poi torna alla suo ruolo di manager; nel tempo libero gioca a squash e fa fitness, ma non dimentica di chiamare il suo broker almeno tre volte al giorno per monitorare l'andamento delle commodity. Fa tantissimo sesso, perché è la sua vocazione, ma non gliene importa veramente; il «single» è indipendente ed autonomo, è una monade, un brillante – ancorché monocorde – misto di calvinismo penitenziale ed erotismo da rotocalco.
Ancora meglio, i «single» sono la chiave di volta d'un nuovo sistema dei consumi che si basa su d'una squisita miscela di nevrosi e di narcisismo al fine di far impennare la richiesta di generi di conforto emozionale per una crescente porzione di consumatori che possiedono, mediamente, un reddito superiore alle loro reali necessità contingenti. Al principio degli anni '80, dunque, questa neonata categoria sociale rappresenta il sogno bagnato di qualsiasi responsabile del marketing e, perché no, della stessa casta politica allora in auge – fra le cui schiere spiccano giovanotti abbronzati col garofano all'occhiello ed il sorriso da televendita.
E oggi ? Anche. Solo che i garofani non sono più di moda, beninteso.
Questa breve parentesi storica, in realtà, mira a chiarire una realtà di fatto: chi, come me, è nato a cavallo degli anni '70, parte fregato in partenza. Non puoi ostinarti ad essere «scapolo», quando c'é tutto un mondo che ti rammenta quanto sia assai più interessante diventare un «single» di successo.
Sarebbe come mettersi a fumare quando tutti hanno smesso, giusto ? O come ostinarsi ad essere di destra in un mondo di radical-chic. Con il che, in cuor mio, temo d'essermi già compromesso abbondantemente e non mi rimane che concedere un pò di terreno al conformismo. Bene. È deciso. Diventerò «single» !
Prima di compiere questo passo così importante, tuttavia, cedo alla mia naturale passione bibliofila e – complice l'abitudine professionale – passo in libreria a documentarmi, alla ricerca di fonti illuminanti che mi possano istruire su come divenire un «singolo» pienamente omologato, degnamente riconosciuto ed al passo con le tendenze imperanti.
E, va detto, il mercato editoriale risponde con innegabile entusiasmo al mio impulso. Uno dopo l'altro, i titoli si offrono allo sguardo, dai più convenzionali – «Consigli utili per single», «Single è bello», «Single in cucina» – ai più inquietanti – «Alla ricerca delle coccole perdute», «Single sugli spilli» ed un definitivo, quanto lapidario «Single per sempre».
I prezzi sono per tutte le tasche, tendenti all'economico, alla luce della tacita consapevolezza che gran parte di queste perle letterarie saranno in svendita sulle bancarelle nel giro di un mese, sostituite da altri libelli del medesimo tenore, sempre contraddistinti da una briosa grafica di copertina e da un titolo ideato sotto gli effetti della mescalina.
Fra i tanti, solo un volume focalizza la mia attenzione e suscita il mio plauso, ma comprendo subito l'errore; si tratta d'una sparuta copia de «La guida ai single malt», probabilmente sistemata dalla commessa nello scaffale sbagliato in virtù d'una scarsa confidenza con l'argomento, se non proprio della lingua d'Albione nel suo complesso.
Ben deciso a non demordere, passo alla sezione Dvd; in un decennio che ha visto il fiorire ed il diffondersi di decine e decine di video-corsi – dalla pesca del lavarello al biedermeier – posso sperare che anche l'universo dei «single» possieda la sua degna introduzione a puntate, magari su supporto Blue-ray.
La realtà dei fatti, tuttavia, mi lascia un pò dubbioso. Una ventina di titoli fanno bella mostra di sé dagli scaffali, ma si tratta per lo più di commedie brillanti – o presunte tali – che narrano le vicende (vicissitudini ?) di giovani «spaiati» alle prese con le proprie pene d'amore. Da «Boat trip» a «Quarant'anni, vergine», da «A casa coi suoi» a «Due single a nozze», il canovaccio è sempre il medesimo così come la morale ultima: la vera felicità si trova solamente col Vero Amore – benedetto da tanto di pargoli, come c'insegna il simpatico «Tre scapoli e un bebé».
Un pò confuso, ma non per questo meno determinato, passo al secondo interrogativo: «Quanto mi costerà diventare single ?». Confortato dalla momentanea assenza di una tassa sul celibato, ancorché lievemente perplesso all'idea di dover foraggiare i Bonus Bebé dei figlioli altrui, torno su d'un terreno a me familiare e mi confronto con le gelide cifre al fine di scoprire quali sfrenati lussi, quali esotici piaceri mi potrò concedere una volta avviata la mia metaforica declinazione «al singolare maschile».
Per primissima cosa, mi servirà un tetto sopra la testa, ovviamente. Nei serial televisivi, i giovani intraprendenti vivono in ariosi loft o, ancora, in spaziosi appartamenti con vista sullo skyline cittadino, ma escluderei la villa con accesso diretto alla spiaggia – non perché io non apprezzi il mare, ma per via della totale e riprovevole assenza di atolli corallini in Lombardia.
Al che, complice la cosiddetta «bolla dei prezzi» in campo immobiliare, rinuncio immediatamente all'idea di un acquisto permanente e mi pongo nell'ottica dell'affitto perenne – magari in un residance che mi garantisca i basilari servizi di lavanderia, stireria e coffee-break. Un rapido sguardo alle offerte ed ecco che le mie aspettative sono più che soddisfatte: 200 metri quadri calpestabili, più terrazza e box doppio. Il tutto, a soli 2'200 euro al mese, praticamente 11 euro al metro quadro.
A seguire, il tocco personale nella scelta dell'arredamento, che dovrà essere essenziale, ma senza tradire la filosofia di fondo del single: avanguardia e modernità. Bastano altri 7000 euro per la Sacra Trinità composta da televisore LCD 52 pollici, lettore Dvd ed impianto Hi-fi, il tutto al top della gamma con una congrua serie di funzioni di cui non scoprirò mai l'utilità, ma che giovano alla mia immagine di maschio dominante da grosso telecomando multicanale.
Altri 30'000 euro per cucina, soggiorno, camera da letto, armadio-cabina e suppellettili di vario genere, in una mescolanza di pezzi in Arte Povera e Bauhaus secondo le linee di Marcel Breuer. E visto che ho una cultura da difendere, aggiungo un paio di stampe del Goya ed un Sironi acquistato su TeleMarket col 30% di sconto – posto di non rivelare a nessuno questo mio exploit da inveterato teledipendente.
Si susseguono, quindi, le prime bollette di luce, gas e telefono – ma noi single usiamo pochissimo il fisso, dando la predilezione al mobile – nonché la prima spesa, per riempire il frigorifero a tre ante, stile ristoratore greco, che campeggia fiero nella cucina color pervinca. Dimenticavo il canone Rai, ovviamente: con questi ultimi 106 euro, il piatto complessivo sfiora i 38'000 – spicciolo più, spicciolo meno.
E a questo punto ? Si esce. Il vero single, infatti, non sta quasi mai a casa: lui è una creatura che si divide tra i consigli d'amministrazione e la sfrenata vita notturna. Non è un family-man, non lui. Conscio dei miei doveri d'immagine, spiego la questione ai gatti che prendono la cosa con filosofia e giudicano che, in mia assenza, ci sarà più spazio per loro sul divano.
Con altri 35'000 – vera occasione – mi conquisto l'ennesimo tassello di questa composizione oleografica di realtà filtrata attraverso il tubo catodico: Ferrari anni '80, in pieno stile Tom Sellek. Aggiungo 70 euro per la camicia a fiori ed altri 27'000 per la Smart ForTwo cabrio, accessoriata; perché la Ferrari è indubbiamente bella, ma non è il caso di parcheggiarla con disinvoltura in Viale Tunisia o in zona Loreto – non se ho la velleità di ritrovarla al mio ritorno, ovviamente. La Smart, quindi, si propone come ovvia e scomoda opzione in qualità di city-car; io, a dire il vero, avrei preferito una 600 con un equo bagagliaio per la spesa, ma sono ancora retaggi da scapolo, indegni del mio nuovo status.
Parziale, al netto degli imprevisti ? Ci aggiriamo cautamente intorno ai 100'000 euro di budget iniziale. Netti. Più un ulteriore salasso di circa 3'500 euro al mese di spese vive, nelle quali confluiscono le voci basilari di mantenimento del prodigioso e sfavillante Paese dei Balocchi testé descritto; si aggiungano, come d'obbligo, gli esborsi per crociere, settimane bianche e palestra – altri 3'000 euro l'anno – più l'abbonamento alla televisione via cavo, le festicciole con gli amici e qualche ovvio, doveroso capriccio fuori preventivo. Che so, una PS3 ed una pigna di giochi annessa.
In questo luminoso panorama, ovviamente, non rientrano le spese inerenti la mia professione – si suppone che il single sia un uomo di successo e basta, senza entrare troppo nel dettaglio in squallide questioni di taglio pratico come formazione individuale, periodico rinnovo della documentazione, ammortamento delle strumentazioni e delicate schermaglie col commercialista. Né sono contemplati incidenti, imprevisti o – più banalmente – le spese per far fronte ad una malattia; presumo che i single con l'influenza si ritirino nella loro tana come gli elefanti feriti, in attesa della guarigione o di un composto tracollo – perché la mamma o la fidanzata armate di termometro, aspirina e brodo vegetale stonano orrendamente col quadro d'insieme.
Mentre contemplo il mio radioso avvenire con fare meditabondo, una piccola e borghese parte di me – quella che si esprime con una marcata inflessione dialettale, conta gli spiccioli di resto e non crede nelle mance – avanza il fatidico, fastidioso quesito: «Ne varrà la pena ?».
Certamente, che ne vale la pena ! Trent'anni di cultura televisiva possono forse proporci un modello men che fedele ed appetibile della Società Ideale, possono trarci in inganno, spingendoci alla deriva verso una fallace Utopia il cui unico fine sia l'irrefrenabile impulso ad un consumo acritico e consolatorio ?
Potrebbero gli augusti Padri della Patria rimanere a guardare sornioni mentre la società fraziona le famiglie, imponendo un'immotivata diaspora a giovani e meno giovani, al solo scopo di moltiplicare i referenti fiscali e, di conseguenza, veder levitare i contributi odierni – imposta sulla prima casa, ad esempio – al prezzo di un pesante aggravio dei futuri costi assistenziali, dovuto alla parcellizzazione dei nuclei sociali ? Questo perché, orribile a dirsi, persino i single invecchiano ed hanno bisogno d'assistenza, dopotutto.
Sarebbe come suggerire che ci siamo lasciati coglionare, mi si conceda la licenza, per oltre tre decadi; vorrebbe dire che nessuno ha pensato all'ovvia realtà che uno Stato disaggregato, composto da tanti singoli referenti, è certamente più facile da governare e redditizio da mungere nel breve periodo – secondo un rinnovato «divide et impera» – ma risulta anche più debole e sensibile ai rovesci di fortuna, perché fragile sotto il profilo economico e psicologico.
Equivarrebbe ad asserire che, in virtù d'una sorta d'amnesia collettiva, ci siamo non solo scordati i pregi derivanti dalla cooperazione – principio tribale e vetusto, certo, ma in grado di favorire la sopravvivenza della specie – ma che abbiamo anche dimenticato l'esigenza di possedere un valido modello – la famiglia – dal quale apprendere i concetti di mediazione, convivenza ed economia delle risorse, per poterli poi applicare su grande scala, a livello nazionale.
Combattuto davanti a questo profluvio d'interrogativi, ecco che giunge la Coldiretti a darmi il colpo di grazia: i single spendono almeno un 60% in più per il solo mangiare, ma sprecano addirittura il doppio a fronte delle coppie. A seguire, la ricerca di Ipsos per conto di Bayer – pubblicata a fine marzo – coglie la palla al balzo e rincara subdolamente: non è vero che i single sono più felici degli altri ed è un mito che abbiano una vita sessuale così attiva come si crede. Anzi, il 12% circa è ancora vergine superati i 24 anni – non si sa bene se per scelta propria o perché si ammazza di lavoro al fine di fronteggiare il suo tenore di vita, scontando la fatica con feroci crisi d'impotenza.
Che sconforto. Me lo immaginavo più solido, il Sogno Italiano. Ora non voglio più essere «single»; non voglio essere additato come uno sprecone bulimico con problemi di femmine. Il Buon Tommaso mi ha deluso per l'ultima volta: quel candido vecchietto si è preso gioco dei miei sogni di bimbo. Fortuna che fra qualche giorno lo rispediranno alla Baggina insieme all'intero governo in via di rottamazione.
Seduto sui cocci dei miei miti giovanili, sogguardo il futuro senza l'ausilio dei riflettori e dei filtri a retino. Mi sa che resto «scapolo», dopotutto. Non è male, essere scapoli. Puoi essere scapolo anche se hai una fidanzata, per dire – mentre lo status di single decade appena intrecci una relazione, più o meno duratura. Il termine «celibe», invece, non mi piace affatto: ha un qualcosa di asettico che mi richiama le schede segnaletiche.
Ci penserò dopo, dai. Col fatto che mi sono svegliato tardi e mi son messo a lavorare a questo pezzo, è arrivata l'ora di pranzo e non ho nemmeno tanta voglia di cambiarmi.
Fortuna che i miei non s'arrabbiano, se mi siedo a tavola in vestaglia. Sono i gatti, che s'indignano.
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