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«Trattato sulla
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Con estremo pregiudizio
Un'analisi critica di ciò che in Italia viene proposto come «giustizia», ma che sovente si rivela come fazio­sità spicciola.
Di Luca Fontana (pubblicato il 29/06/2008)
Questo pezzo è stato letto 150 volte
Ci siamo di nuovo, ce lo aspettavamo ovviamente, ma forse ci eravamo illusi di dover aspettare un pò di più, magari i mesi invernali visto che, dopo mesi di piogge torrenziali, inizia a far caldo. I tempi però erano stretti e quindi sotto a chi tocca. L'agenda politica ci regala una nuova (?), vibrante (??), appassionante (???), polemica. Tutti sulle barricate per l'ultima «legge ad personam» (ci sarà qualcuno a chiedere i diritti per questa ardita locuzione ?) dell'Amor Nostro. Sia chiaro, sono fermamente convinto che alla maggio­ranza del popolo Italiano freghi meno di nulla delle suddette, almeno a giudicare dalle percentuali che, vivaddio, hanno consegnato alla cronaca la vittoria elettorale del centrodestra di Silvio Berlusconi.

Facciamo finta per un minuto che invece a noi l'argomento interessi, così, tanto per ammazzare il tempo, visto che la calura sta massacrando la mia voglia di lavorare a umidi e appiccicosi colpi d'accetta.

In tutto questo, il mio problema principale è la noia profonda che mi coglie ogni volta che sento parlare di questi argomenti, ormai vecchi di quattordici (14) anni e che ci hanno riproposto più o meno in tutte le possibili versioni a cadenze periodiche. Tanto varrebbe che si smettesse del tutto di parlarne, visto e considerato che i problemi dell'Italia sono ben altri e ben più radicati e profondi. Mi sento spesso obiettare che in «nessun paese normale» una persona con le caratteristiche di Berlusconi potrebbe ricoprire la carica che ricopre e che ha ricoperto in precedenza.

Sapete quella faccenda del conflitto di interessi ? Ammettendo pure che sia vero mi trovo spesso a chiedermi come mai la cosa non sia stata risolta nel corso degli anni da quei politici che la considerano tanto importante. Dal 1994 ad oggi Berlusconi ha governato per circa sei anni; cinque nella legislatura che ha portato a compimento a partire dal 2001 (la prima e l'unica nella storia dell'Italia repubblicana a durare per tutto il suo mandato), ai quali possiamo aggiungere qualche mese nel '94 e un paio di quella attuale. Restano otto anni (8) di governi, con alterne vicende, guidati da quei personaggi che oggi stanno all'opposizione. Evidentemente non hanno ritenuto prioritario risolvere la faccenda in modo serio; vuoi perché in effetti prioritario NON è vuoi perché fa molto comodo poter tirare fuori ancora e ancora questo argomento nelle successive campagne elettorali.

In compenso possiamo aggiungere che in nessun «paese normale» è mai successo che una per­sonaggio, dell'imprenditoria o della politica che fosse, è mai stato oggetto di un'attenzione tanto morbosa da parte della magistratura come è capitato dal '94 in poi a Silvio Berlusconi. In un paese in cui la Campania annega sotto i rifiuti, guarda caso più o meno da quindici anni, la magistratura ha ritenuto chiaramente più interessante indagare su Berlusconi, Corona e le vallette televisive piuttosto che identificare i responsabili del disastro che è ormai palesato. Tra l'altro parlando di conflitti di interessi ci sarebbe quantomeno da interrogarsi su quale possa essere l'imparzialità di un magistrato che nel '94 ha fatto cadere il primo Governo Berlusconi con un provvidenziale (coincidenza eh) avviso di garanzia e due anni più tardi si è presentato alle elezioni nello schieramento opposto a quello del suddetto governo.

Da quel momento in poi non c'é più stato nulla di «normale» nella politica Italiana, con tutto che mi riservo il beneficio del dubbio anche sulla normalità in precedenza. La sinistra, che si vedeva già vincitrice incon­trastata per i vent'anni a venire, grazie alla pulizia etnica di partiti portata avanti dal pool di mani pulite, si ritrovò spiazzata da un uomo che in un colpo solo, non li aveva solo sconfitti, ma aveva dato un'alternativa a tutti quegli Italiani che mal sopportavano l'idea dei post-comunisti al governo.

Sdoganando di fatto i missini e regalando un panorama nazionale a una realtà locale come la Lega. Una sconfitta per loro tanto più inconcepibile, in quanto incarnata da un personaggio equivoco, con il culto della personalità, caciarone; tutto l'opposto del modello radical chic intellettualoide che loro stessi interpre­tavano. Per contro Berlusconi è sempre stato anche il nemico perfetto, il catalizzatore dell'odio e dell'in­vidia di molti. Le elezioni del 2006 furono vinte proprio in funzione dell'avversione al Cav. Non certo per merito di un programma politico che comunque sarebbe stato praticamente impossibile da rispettare vista l'eterogeneità della coalizione che appoggiava il governo Prodi.

Nella recente campagna elettorale la mancanza del fattore odio, portata avanti necessariamente dal PD di Veltroni di fronte ai problemi gravissimi del paese, che avrebbero bisogno di riforme condivise da tutti i soggetti politici, si è dimostrata rovinosa per una sinistra che, avendo perso l'argomento della lotta di classe, non ha saputo proporsi come una moderna e occidentale forza riformista. Ne è dimostrazione il fatto che all'interno del PD convive una corrente cattolica fortemente conservatrice, forse perfino più pa­pista di quella più naturalmente presente nel centrodestra.

Dopo la sconfitta elettorale la resa dei conti sembrava alle porte per lo sconfitto Walter Veltroni, troppo fighetto e lontano dall'elettorato storico per poter sopravvivere all'annunciata purga Dalemiana.

Ecco però la luce. Berlusconi presta il fianco a una nuova stagione di antagonismo politico-giudiziario, portando avanti un decreto legge facilmente attaccabile da più fronti in quanto palesemente dedicato alla proroga del suo più recente guaio giudiziario.

Questa è forse l'unica vera critica che si possa rivolgere al cosiddetto decreto «salva premier».

Tutto il resto sono balle e propaganda.

In Italia manca a tutti gli effetti un strategia giudiziaria. I processi che verrebbero sospesi dal decreto sarebbero solo quelli istruiti in data antecedente il 2002.

Sei anni or sono.

L'ANM, l'associazione nazionale magistrati, millanta un terribile rischio per la sicurezza dei cittadini a seguito di questo provvedimento. Il che è ridicolo, visto e considerato che un criminale, stupratore, scippatore o rapinatore che sia, che sia imputato in data antecedente il 2002 sarebbe già libero da almeno quattro anni e mezzo. Questo perché secondo il codice di procedura penale (Art. 303) il massimo termine per la custodia cautelare per reati con pene detentive inferiori ai dieci anni è di dodici mesi. Unica deroga a questa norma è che sia già maturata una sentenza di condanna in primo grado. I criminali imputati nei processi che verrebbero sospesi, ove lo volessero, sarebbero quindi già in grado di delin­quere nuovamente da almeno 4 anni.

Viene piuttosto da chiedersi come mai la magistratura abbia bisogno di tutto questo tempo per portare a termine un semplice processo per furto.

Se proprio si vuol rivolgere una critica di tipo oggettivo al decreto in questione quindi, è che si tratta di un provvedimento isolato, che da solo non ha il senso che avrebbe se accompagnato a una serio disegno di legge in parlamento che riguardi una riforma strutturale della giustizia di cui l'Italia avrebbe dannatamente bisogno.

Altro discorso, ma non del tutto dissimile è quello delle intercettazioni telefoniche. Qui si tratta di un disegno di legge che mira a punire un uso e una diffusione fuori controllo delle intercettazioni. Non credo si possa negare, come del resto non ha fatto neanche l'opposizione, che negli ultimi tempi (che poi sono diversi anni in realtà) si è fatto un uso indiscriminato delle intercettazioni, riportando in auge una gogna pubblica, a mezzo degli organi di stampa, che non si ricordava dai tempi della pece e delle piume.

Di fatto risulta fin troppo facile diffondere intercettazioni, magari anche senza alcuna rilevanza penale, nascondendosi dietro alla libertà di informazione. Informazioni che per altro non dovrebbero uscire dai cassetti del tribunale fino a quando non avviene il dibattimento o quantomeno fino a quando non vengono condivise con gli avvocati degli eventuali imputati. Non parliamo poi di quelli che imputati non potrebbero essere mai, perché i fatti contenuti nelle intercettazioni NON costituiscono reato.

In questo caso la collusione di magistratura e organi di stampa si può senza tema di smentite definire criminale. Anche perché il fango gettato sull'immagine di personalità pubbliche non verrà mai lavato, visto e considerato che l'accusa fa notizia, la sentenza di condanna a seguito di una ben giustificabile querela a quanto pare no.

In un panorama tanto degenerato è chiaro che non è più possibile esprimere posizioni obiettive. Qua­lunque atto, dichiarazione o anche solo considerazione da parte dei cittadini spettatori, sarà espressa con estremo pregiudizio partigiano.

Tutto è giustificabile, da una parte e dall'altra, perché, a differenza di quanto vorrebbero farci credere, non esistono santi né assassini. Esiste solo un confronto politico che, da anni, altro non è se non una guerra che mira all'eliminazione fisica dell'avversario piuttosto che non a un confronto di proposte alternative.

E gli Italiani sono un popolo di tifosi.
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