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Con grandissima calma
Rilassate considerazioni all'esordio dell'anno nuovo, meditando sul valore della temperanza.
Di Alessandro Negrini (pubblicato il 09/01/2010)
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Uno dei tanti motivi per cui adoro i gatti, è che non hanno mai fretta. O quasi. Il che, se vogliamo, è anche la principale ragione per cui si è soliti accusarli d'indolenza, ma anche la pigrizia – in fin dei conti – può tramutarsi in pregio, a mio avviso. Ben lungi, tuttavia, dal voler emulare Russell in un rinnovato elogio dell'ozio, mi limito a godere di questa placida mattinata d'inverno, sintanto che le idee affiorano e le parole s'intrecciano, andando a comporre il primo editoriale del nuovo anno.
Frattanto, la bella figura rappresentata sul quattordicesimo Arcano mi sogguarda serafica, pur senza distrarsi dal suo compito: è intenta, infatti, a riversare l'acqua – simbolo di vita – da una brocca d'argento ad una d'oro, in un delicato esercizio di pazienza, mista ad abilità. Perché lo faccia, rimane ancora poco chiaro, ma non è il caso di esigere risposte ancor prima d'aver formulato tutte le domande. Non sarebbe sensato né cortese. Non sarebbe da gatti.

Osservandone il viso e le proporzioni, mi riesce difficile decidere se la Temperanza – questo è il nome della carta dei Tarocchi su cui, oramai, ho incentrato le mie elucubrazioni mattutine – sia rappre­sentata da un algido angelo appartenente alle legioni celesti oppure da una giovinetta alata, frutto di fantasiose narrazioni di ninfe e di spiriti delle fonti mututate dalla tradizione popolare. Se lo chiedete a me, prediligo la seconda interpretazione, per quanto insolita.

Nondimeno, resta da chiedersi cosa sia mai, la temperanza. Un primo aiuto ci viene fornito dal dizionario – tomo prezioso, benché negletto da molti – che la definisce come la «capacità di contenere nella giusta mi­sura i propri desideri, le proprie passioni, i propri istinti». Di ri­flesso, un leggero brivido corre lungo la mia schiena di rodato si­barita, ma si tratta, a ben vedere, di una preoccupazione immotivata.
  «La Temperanza»
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«La Temperanza»
Foto di A. Negrini (2010)
La chiave di lettura, infatti, sta nel termine «contenere» – che non è sinonimo di «reprimere» o, peggio, di «annullare» – così come nel concetto di «giusta misura». La temperanza è, dunque, l'espressione della propria natura in un'ottica di autodeterminazione – quel famoso libero arbitrio di cui spesso si fraintendono sia i limiti che il valore – raffinata dall'esperienza, dal gusto e dalla pazienza, al fine di spendere al meglio le proprie energie. Non è miseria, né sterile astinenza. Non è il tentativo di fermare lo scorrere del torrente nell'ingenua speranza d'una parsimoniosa attesa che sfuma nell'incertezza.

È, piuttosto, l'arte di riservarsi il meglio, nell'esatta misura desiderata. è la sensibilità di chi conosce le proprie risorse e, con perizia, si assicura che fluiscano con vigore nella direzione che le condurrà al rin­novamento, aggiungendo nuovi, piacevolissimi anni alla nostra esistenza.

Sedotto dalle ammiccanti rivelazioni della mia piumata confidente, cerco d'immaginarmi un ritratto di que­sto squisito gaudente, di questo lungimirante bon vivant e non posso fare a meno di apprezzarne i modi rilassati, così lontani dalla chiassosa dissipatezza di quanti, per contro, si consumano di nostalgia per un futuro mai vissuto e finiscono con l'immolarsi sul rogo delle proprie ansie.

Una quieta temperanza, dunque, che trae forza dalla consapevolezza che c'è tempo per tutto e per tutti, in barba ai profeti della carestia. Un buon proposito, diciamo, che ci rammenti come vi siano tante, tantissime cose da fare, in questo promettente esordio d'anno – baci da regalare e da chiedere in dono, gusti e profumi da intrecciare con le parole, luci e suoni da plasmare – ma che il modo più saggio per affrontarle è sempre il medesimo. Con misura. E con calma, con grandissima calma.
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